Con il termine politica commerciale comune s’intende l’insieme di misure uniformi applicabili in tutti gli Stati Membri (SM), che regolano gli scambi commerciali tra questi ultimi ed i Paesi Terzi. In tema di politica commerciale comune, il Trattato prevede (artt. 131-134) che essa sia fondata su principi uniformi (misure di liberalizzazione, esportazione, sovvenzioni, misure di difesa commerciale come p.es. quelle sull’anti-dumping).

LA POLITICA COMMERCIALE DELL’UE

Un primo passo verso il passaggio alla politica comune nell’ambito degli scambi commerciali è stato fatto già nel lontano 1968, quando gli Stati membri hanno creato la cd. Unione Doganale (UD) che prevedeva la sostituzione delle tariffe nazionali con una tariffa doganale comune (TDC) nei confronti dei Paesi Terzi. Questo ha consentito un trattamento uniforme nei confronti delle merci e dei servizi in ingresso sul territorio comunitario (ora unionale), attuando la cd. libera circolazione delle merci e dei servizi che è una delle libertà fondamentali riconosciute dai Trattati. In tale contesto, i singoli Stati Membri non possono più - autonomamente - adottare misure protezionistiche nei confronti dei prodotti provenienti da Paesi Terzi, qualora transitanti per i territori degli altri Stati Membri dell’UE.

La politica commerciale comune, quindi, è una competenza esclusiva dell'UE: solo l’Unione (e non i singoli Stati Membri) legifera sulle questioni di rilievo commerciale ed ha la competenza per concludere gli Accordi Commerciali a livello internazionale. In tale ottica, l’UE agisce con voce unica sulla scena mondiale, vantando una posizione decisamente più forte nell'ambito del commercio mondiale rispetto alle singole strategie commerciali che sarebbero proprie ad ogni Stato Membro (per loro natura distinte in base all’interesse di ogni Paese),

Il commercio di beni e servizi è rilevante in quanto apporta un contributo significativo all'aumento della crescita sostenibile e alla creazione di posti di lavoro. Oltre 30 milioni di posti di lavoro nell'UE dipendono dalle esportazioni verso i Paesi Terzi. Si prevede che il 90% della crescita globale futura avverrà al di fuori delle frontiere dell'Europa. Il commercio è pertanto un vettore di crescita e una priorità chiave dell'UE, la quale gestisce le relazioni commerciali con i Paesi Terzi sotto forma di accordi commerciali, concepiti per creare migliori opportunità commerciali e superare gli ostacoli al commercio. Un sistema commerciale multilaterale forte e disciplinato da regole è, quindi, la base sulla quale si fonda una politica commerciale responsabile ed accompagnata da un alto livello di trasparenza e da una comunicazione efficace con i cittadini sui vantaggi e sulle sfide del commercio e dei mercati aperti.

Le principali istituzioni comunitarie incaricate dell’attuazione della politica commerciale sono la Commissione ed il Consiglio: quest’ultimo autorizza la Commissione a negoziare su questioni commerciali, ratifica gli accordi commerciali a maggioranza qualificata (mentre l’unanimità è richiesta per gli Accordi di Associazione, che dettano un quadro giuridico-disciplinare tra l’UE ed i vari Paesi nel medio-lungo termine), la seconda, oltre a negoziare direttamente gli accordi commerciali, può - per esempio - imporre misure anti-dumping per un limitato periodo di tempo.

Gli Accordi Commerciali dell’Unione Europea con altre regioni/Paesi del mondo (Canada, Singapore, Giappone, Vietnam, MERCOSUR, Australia, Nuova Zelanda, Messico, USA)
Molteplici sono le tipologie di accordi (i. Unione Doganale; ii. Accordi di associazione, Accordi di Stabilizzazione, Accordi di Libero Scambio e Accordi di Partenariato Economico; iii. Accordi di Partenariato e Cooperazione) conclusi tra l’Unione Europea le diverse regioni (Asia, Nord America, Latino America, Mediterraneo del sud e Medioriente, Oceania) o gruppi di Paesi (p.es. Paesi Candidati, Paesi Potenzialmente Candidati all’adesione, MERCOSUR, ecc.) ovvero Stati Terzi (p.es. Marocco, Tunisia, Armenia, Bielorussia, Azerbaigian, ecc.) del mondo, differenziati sono i contenuti dei vari accordi (p.es. Trattati di libero scambio, Trattato sugli investimenti, ecc.), così come diversi sono gli stati di avanzamento (p.es. colloqui interlocutori e predisposizione degli accordi, apertura dei negoziati, finalizzazione della documentazione, firma, entrata in vigore provvisoria in attesa di successiva ratifica da parte dei Parlamenti nazionali, piena entrata in vigore, ecc.) e le criticità (p.es. blocco dei negoziati cfr. TTIP, introduzione unilaterale di nuovi dazi doganali, introduzione di nuove misure di dumping, eventuale prospettata uscita della Gran Bretagna dall’UE -cd. BREXIT-, ecc.) che riguardo ciascuno di essi. Tra gli ultimi successi portati a casa dalla Direzione Generale per il Commercio della Commissione europea (DG TRADE), si citino ad esempio la conclusione dell’Accordo di Partenariato Economico (APE) con il Giappone (1 febbraio 2019) e la più recente conclusione di un accordo politico (Accordo di Associazione) con il MERCOSUR (1 luglio 2019) con l’intento di consolidare ulteriormente le relazioni tra i Paesi che di quest’ultimo fanno parte (Argentina, Brasile, Paraguay ed Uruguay) ed UE. Discorso a parte, le negoziazioni commerciali in essere con gli Stati Uniti, che al momento sono in situazione di stallo: nuove negoziazioni saranno necessarie per sbloccare la situazione attuale e regolare al meglio i rapporti commerciali che rivestono un’importanza primaria per le rispettive economie.

Al momento l’EU ha sottoscritto una quarantina di Accordi Commerciali con una settantina di Paesi Terzi, con diverse ripercussioni positive in termini di aumento della crescita e dell’occupazione a livello unionale. Un esempio tra tutti, l’Accordo Commerciale concluso con la Corea del Sud: dalla sua entrata in vigore (nel 2011), le esportazioni dall’UE verso questo Paese sono aumentate di oltre il 50% (55%, per l’esattezza), con picchi che hanno toccato il +70% per alcuni prodotti dell’agroalimentare “made in Europe”. Nei medesimi termini, l’aumento delle vendite delle auto sono triplicate, portando in positivo la bilancia commerciale dell’UE. Altra storia di successo, più vicina a noi, quella del Prosciutto San Daniele, che con l’entrata in vigore provvisoria del CETA ha visto più della metà dei suoi produttori esportare verso il Canada, con incrementi in termini di fatturato che si aggirano su percentuali prossime al +35% (significativo è l’export di prodotti agroalimentari italiani verso il Canada, aumentato nell’ordine del 7,4%). Da segnalare che, secondo le stime, oltre 31 milioni di posti di lavoro dipendono dall’export: in media, per ogni miliardo di prodotti/servizi esportati corrispondono circa 14.000 posti di lavoro creati/mantenuti sul territorio dell’intera Unione. Solo per l’Italia, le esportazioni industriali verso i mercati esteri incidono per circa 411 miliardi di euro. A conti fatti, sono più di 600. 000 le PMI europee che esportano beni e servizi verso le altre parti del mondo: in particolare sono da segnalare quelle che operano nel settore dell’industria agroalimentare, settore sensibile della nostra economia e caratterizzato da un elevato valore aggiunto sia in termini di catene di valore che di immagine.

Nel presente focus verranno approfondite le relazioni in essere tra l’UE ed i vari partner commerciali (siano essi singoli Paesi Terzi o entità rappresentative di Stati extra-UE):
- CANADA: l’Accordo Commerciale già concluso con il Canada (CETA - Comprehensive Economic and Trade Agreement) entrato in vigore a titolo provvisorio il 21 settembre 2017 che è al momento in attesa della ratifica da parte dei Parlamenti nazionali;
- SINGAPORE: l’Accordo di Libero Scambio per il commercio (Free Trade Agreement-FTA) e per gli investimenti (Investment Protection Agreement- IPA) tra UE e Singapore sono stati siglati il 19 ottobre 2018 ha già ottenuto, il 12 febbraio 2019, l’approvazione del Parlamento Europeo. Al momento l’IPA - per la parte relativa agli investimenti - è in fase di ratifica da parte degli Stati Membri prima che possa entrare definitivamente in vigore.
- VIETNAM: l’UE ed il Vietnam hanno firmato di recente, il 30 giugno 2019, un Accordo Commerciale e per la protezione degli investimenti con lo scopo di eliminare la quasi totalità dei dazi. Successivamente, si attende una ratifica da parte dell’Assemblea nazionale del Vietnam, così come -da parte nostra- l’approvazione del Parlamento Europeo e -per la parte relativa agli investimenti (IPA)- anche da parte dei rispettivi Parlamenti nazionali degli Stati Membri, prima della sua definitiva entrata in vigore.
- GIAPPONE: l’Accordo di Partenariato Economico (EPA) con il Giappone (EU-Japan) entrato in vigore il 1 febbraio 2019 prevede un approfondimento negoziale limitatamente alle questioni procedurali, nella fattispecie inerenti il sistema di risoluzione delle controversie (Investment Court System - ICS). Le prossime discussioni sul tema sono attese per l’autunno di quest’anno (2019).
- MERCOSUR: l’Accordo Commerciale, parte di un più amplio Accordo di Associazione (che prevede un pilastro di cooperazione più di ordine politico e nel senso della cooperazione) con il MERCOSUR, è stato raggiunto il 28 giugno 2019, e prevede nello specifico l’obbligo contestuale di protezione delle 357 Indicazioni Geografiche riconosciute dall’UE. L’accordo è al momento in fase di finalizzazione tecnica interna da parte della Commissione europea, propedeutica ad una successiva revisione di carattere giuridico che anticipa la trasmissione per accordo a Consiglio dell’UE ed al Parlamento Europeo.
- AUSTRALIA: per quanto riguarda la stipula di un Accordo Commerciale con l’Australia, è da sottolineare che già lo scorso anno (il 22 maggio 2018) il Consiglio dell’Unione Europea aveva autorizzato la Commissione europea ad aprire le negoziazioni. Nel corso della prima settimana di luglio di quest’anno (1-5 luglio 2019), si sono svolti a Bruxelles gli incontri del cd. IV round di negoziati, i cui esiti sono stati molto positivi in termini di collaborazione fattiva tra le due parti; il prossimo round di negoziati (il quinto) è atteso aver luogo nel corso del mese di ottobre di quest’anno (2019).
- NUOVA ZELANDA: analogamente al punto precedente, anche in relazione agli Accordi Commerciali con la Nuova Zelanda, il Consiglio dell’Unione Europea aveva autorizzato già lo scorso anno (il 22 maggio 2018) la Commissione europea ad aprire i negoziati. Secondo l’analisi di impatto della Commissione, il commercio senza ostacoli di natura doganale potrebbe generare un aumento dell’ordine di 36 punti percentuali (+47% per quanto riguarda le merci e +14% per ciò che concerne i servizi).
- MESSICO: per quanto riguarda i rapporti con questo Paese, è da evidenziare come al momento vi sia un “accordo di principio” raggiunto nell’aprile 2018 tra le due controparti: le negoziazioni di questo nuovo Accordo di Associazione UE-Messico sono iniziate già nel 2016. Una volta ratificato, questo nuovo Accordo entrerà in vigore, sostituendo a tutti gli effetti il precedente EU-Mexico Global Agreement del 2000.
- STATI UNITI D’AMERICA: infine, discorso a parte è da fare per gli Stati Uniti, in quanto le negoziazioni commerciali inerenti il TTIP sono al momento in attesa di nuove evoluzioni, dopo il blocco che hanno subito nel 2016. È recente la Decisione del Consiglio dell’UE (15 aprile 2019) che statuisce che le direttive per la negoziazione dell’accordo impartite alla Commissione europea sono divenute obsolete e pertanto non più rilevanti. Trattandosi di un Paese d’importanza primaria per l’UE (in quanto le due economie prese congiuntamente contano per circa la metà del PIL prodotto a livello mondiale, e per un terzo degli scambi commerciali su scala globale), sarebbe auspicabile che il dialogo istituzionale riprenda al più presto, in maniera tale da aiutare le imprese europee a meglio competere anche su questo mercato.

Per fornire qualche esempio: grazie alla conclusione di tali Accordi, i volumi globali delle esportazioni dall’UE hanno registrato -nei mesi successivi all’entrata in vigore dei Trade Agreements- verso la Corea del Sud un incremento di oltre 12 punti percentuali, verso la Colombia del +10% e verso il Canada del +7%. Alla stessa stregua, il volume delle esportazioni di prodotti agroalimentari è aumentato significativamente verso altri Paesi del mondo con i quali sono state concluse analoghe intese (p.es. verso l’Ecuador +34%, verso il Cile +29%, verso il Costa Rica +14%). Da segnalare che nel complesso il volume delle esportazioni dell’UE raggiunge l’astronomica cifra di 2.791 miliardi di euro. Un dato significativo, soprattutto se si tiene conto che -secondo le previsioni degli esperti- da qui a 15 anni circa il 90% della crescita economica globale sarà generata fuori dall’Europa.

Per la Regione Friuli Venezia Giulia, tra i primi mercati terzi per l’esportazione delle bevande sono da segnalare gli USA (+9,45%), il Canada (+2,78%), l’Australia (+3,76%), la Cina ed il Giappone (+8,72), i quali totalizzano un buon 40% su un totale dell’export a livello mondiale che raggiunge la cifra complessiva di 137 milioni di euro (2017).

Analizziamo ora nel dettaglio il contenuto dei vari Accordi Commerciali (una settantina) conclusi dall’UE con Paesi od entità terze, suddividendoli per Paese od area geografica. I dati qui analizzati non pretendono di essere esaustivi, ma vogliono presentare in sintesi la rilevanza del settore in termini di valore dei beni/servizi movimentati ed in termini di risvolti occupazionali (circa 30 milioni si stima siano i posti di lavoro generati dalle esportazioni) che direttamente od indirettamente si ricollegano a tali dati.
 

Ritorna all'indice

CANADA

 

CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) è l’acronimo che identifica il nuovo Trattato Commerciale tra UE e Canada. Entrato in vigore a titolo provvisorio il 21 settembre 2017, l’accordo è al momento in attesa della ratifica da parte dei Parlamenti nazionali. Scopo dell’Accordo è rendere più agevole lo scambio di beni e servizi tra le due entità, a vantaggio di persone ed imprese sia europee che canadesi. In soldoni, l’Accordo mira a sopprimere la quasi totalità dei dazi per dare una spinta concreta a crescita ed investimenti. Le imprese europee potranno, inoltre, accedere al mercato degli appalti pubblici in Canada, verrà al contempo garantito il riconoscimento delle denominazioni d’origine europea così come assicurato un allineamento con gli standard europei (p.es. nel campo della sicurezza alimentare).

A livello unionale, il valore delle esportazioni verso il Canada su base annuale si attesta sui 37,7 miliardi di euro (dati 2017), ai quali corrisponde un numero di posti di lavoro (nell’UE) quantificabile in circa 865.000 ULA (Unità di Lavoro Annuo). L’Unione Europea rappresenta per il Canada il 2° partner commerciale a livello globale, contando per ben il 10% del totale del commercio di questo Paese. A titolo di mero esempio, con l’entrata in vigore del CETA, le esenzioni da dazi delle forniture di formaggio sono più che raddoppiate (i contingenti annui sono passati da 13.500 tonnellate a 32.000 tonnellate; al di là di tali contingenti le esportazioni sono soggette a dazi proibitivi, in media del 227%!), così come gli ostacoli all’esportazione di prodotti quali vino e liquori “made in Europe” che erano un tempo soggetti a dazi specifici dell’ordine di 1,87-4,68 centesimi di dollaro canadese/litro, a seconda della gradazione alcolica, verranno gradualmente azzerati. Inoltre, il CETA consente la vendita in Canada di 143 prodotti europei (di cui 39 italiani - tra i quali il Prosciutto di San Daniele) registrati come Indicazioni Geografiche; ciò garantisce - anche in quel Paese - un livello di protezione dalle imitazioni pari a quello garantito dalla normativa dell'UE.

A livello italiano, il Canada rappresenta un partner commerciale “di peso”, in quanto si piazza al 9° posto in termini di importanza per ciò che concerne il commercio dei servizi, mentre per il commercio dei beni
il Canada riveste la 15° posizione. Si stima che le esportazioni verso questo Paese raggiungano i 5,1 miliardi di euro, a fronte di 1,9 di import. Per quanto concerne poi il numero di posti di lavoro che si stima collegati alle esportazioni verso il Canada, esso è dell’ordine delle 63 mila unità, a fronte di più di 13.000 aziende che operano nell’ export (in maggioranza -circa l’8 0%- PMI).

In particolare, per la nostra regione, l’ export verso il Canada supera i 67,4 milioni di euro, a fronte di un import che rappresenta poco più di 14,5 milioni di euro (dati 2017). I settori più rilevanti per l’export regionale sono quelli rappresentati da mobili ed arredo (11,3 Mio. €) dalle attrezzature e macchinari (7,5 Mio. €), dalle macchine per impieghi speciali (circa 7 Mio. €), dalle bevande (circa 6,9 Mio. €, poco meno del 5% del totale) e dagli articoli di coltelleria (5 Mio. €). Tra i beni importati dal Canada, impianti e macchinari tecnologici (circa 6 Mio. €), metalli e combustibili (1,3 Mio. €), pasta di carta e cartone (1,3 Mio €). Per ciò che concerne i prodotti agroalimentari, si segnala in particolare la tutela specificamente accordata al nostro Prosciutto di San Daniele, che ha visto - come conseguenza diretta dell’Accordo - le vendite aumentare del 35% su base annua. 

Ritorna all'indice

SINGAPORE

Sono oltre 30 i Trattati commerciali siglati da Singapore con svariati partner a livello internazionale. Tra essi, l’ Accordo di Libero Scambio per il commercio (Free Trade Agreement-FTA) e per gli investimenti (Investment Protection Agreement- IPA) tra UE e Singapore siglato di recente (il 19 ottobre 2018), al quale il Parlamento Europeo ha già dato la sua approvazione lo scorso 12 febbraio 2019. Al momento l’IPA - per la parte relativa agli investimenti - è in fase di ratifica da parte degli Stati Membri, prima che possa entrare definitivamente in vigore.

Singapore è di gran lunga il principale partner commerciale dell’UE nel sud-est asiatico, con un commercio in beni e servizi che supera i 55 miliardi di euro. In termini relativi, l’Unione Europea rappresenta, per Singapore, il 2° partner commerciale in ordine d’importanza per il commercio dei beni (il primo per il commercio di servizi), inoltre più di 10.000 sono le imprese dell’UE che hanno eletto sede nella Repubblica di Singapore, utilizzando la città stato come hub per operare in tutta l’area del Pacifico. Il ruolo strategico di Singapore può essere

A livello italiano, Singapore rappresenta un partner commerciale di secondaria importanza, in quanto si classifica al 34° pur ricevendo beni e servizi dall’Italia per un valore che supera i 2,1 miliardi di euro. Il numero di imprese italiane che operano nell’ export con questo Paese è quantificato in circa 8.300 unità (in prevalenza PMI, anche in questo caso).

In particolare, per la nostra regione, l’ export verso Singapore ha raggiunto (2018) la cifra approssimativa di 43 milioni di euro, a fronte di un import nel 2018 ha superato 2,4 milioni di euro. I settori più rilevanti per l’ export regionale sono quelli rappresentati da macchine per impieghi speciali (circa 18,6 Mio. €), da mobili ed arredo (5,3 Mio. €), dalle attrezzature e macchinari (2,8 Mio. €) e dai prodotti agroalimentari (poco più di un 1 Mio. €).

Per visionare alcune storie di successo per quanto riguarda l’export dall’UE verso Singapore, clicca qui (icona-video sulla destra).  

Ritorna all'indice

VIETNAM

Risale all’inizio dell’estate 2019 (il 30 giugno u.s.) la conclusione da parte dell’UE dell’ Accordo sul commercio e sulla protezione degli investimenti con il Vietnam , accordo concluso con l’i ntento di ridurre fino ad eliminare la quasi totalità dei dazi in essere, garantendo al contempo la protezione delle indicazioni geografiche “made in EU”. Al momento siamo in attesa della ratifica da parte dell’Assemblea nazionale del Vietnam, così come dell’approvazione del Parlamento Europeo e -per la parte relativa agli investimenti (IPA)- il voto dei Parlamenti nazionali degli Stati Membri, prima della sua definitiva entrata in vigore.

Il volume delle importazioni di beni dal Vietnam riveste per l’UE un’importanza relativamente minore (circa il 2% sul totale delle importazioni), sebbene sia in costante crescita +15% su base annua, contando per circa il 17% dell’ export dal Paese (in diretta competizione con Cina ed USA, rispettivamente a 19% e 17%). Di fatto, il volume stimato (2018) dell’ import di beni (in provenienza dal Vietnam) da parte dell’UE ammonta a 37,94 miliardi di euro, a fronte di un export (dall’UE verso il Vietnam) di soli 12,3 miliardi di euro a prezzi correnti. In questi termini, l ’UE rappresenta per il Vietnam il secondo maggiore mercato per le esportazioni: nel corso del 2018 la sola voce “importazioni di telefonia” è stata quantificata in 11,7 miliardi di euro (approssimativamente 1/3 delle esportazioni globali del Vietnam), accompagnata dalla voce “ importazioni di computer ed elettronica made in Vietnam” che conta per circa il 16% dell’intero export vietnamita (2018). Altri settori di punta delle esportazioni, le calzature ed I tessuti, oltre che prodotti agroalimentari, quali caffè, anacardi, prodotti ittici e legnosi.

Per l’ Italia, il Vietnam si piazza alla 24° posizione in termini di partenariato commerciale, registrando un differenziale tra import ed export di circa 1,3 miliardi di euro. Il Vietnam offre ampi spazi per un’ulteriore espansione della presenza italiana, sia dal punto di vista commerciale che per quanto riguarda gli investimenti: la domanda di prodotti “ Made in Italy” è in continua crescita, anche in considerazione della crescita del reddito disponibile e dell'affermarsi di una classe media attenta alla qualità dei prodotti (alimentari, abbigliamento, design, arredo, auto e motoveicoli, ecc.). Consistente è allo stesso tempo anche la domanda di macchinari e tecnologia avanzati per aumentare la produttività e gli standard di qualità attraverso un efficace aggiornamento tecnologico. L'esigenza del Paese è, al momento, di acquisire prodotti, macchinari, tecnologia, formazione e modelli di sviluppo qualificati, per potersi attrarre i grandi investimenti internazionali e finalizzati ad una massimizzazione dei vantaggi offerti dagli Accordi di Commercio stipulati a livello internazionale.

In particolare, per la nostra regione, si segnala la presenza di alcune Grandi Imprese (tra cui la Danieli - Danieli Vietnam company limited -, Generali - Generali Vietnam life LLC -, ecc.) in loco, oltre ai dati confortanti dell’ export verso questo Paese, dell’ordine di 75,6 milioni di euro, laddove l’ import supera di poco gli 11 milioni di euro (2018). I settori più rilevanti per l’e xport regionale sono quelli rappresentati da macchine per impieghi speciali (circa 37,7 Mio. €), dalle attrezzature e macchinari (11 Mio. €), dai motori, generatori e trasformatori elettrici (10,4 Mio. €) e da metalli e siderurgia (4,1 Mio. di €), mentre l’ import consta essenzialmente in prodotti di colture permanenti (riso e the) e strumentazioni medico-dentistiche

Ritorna all'indice

GIAPPONE

L’ Accordo di Partenariato Economico (EPA) con il Giappone (EU-Japan) entrato in vigore all’inizio di quest’anno (1 febbraio 2019) prevede un approfondimento negoziale limitatamente alle questioni procedurali (nella fattispecie, inerenti il sistema di risoluzione delle controversie, cd. Investment Court System - ICS), per cui le future discussioni verteranno proprio su questo tema (le discussioni sono attese per l’autunno di quest’anno 2019).

A livello unionale, le imprese europee esportano -su base annuale- beni per più di 58 miliardi di euro, cui si aggiungono servizi per altri 28 miliardi di euro. Da tenere in considerazione che -secondo le stime- ad ogni miliardo di euro di export corrispondono circa 14.000 posti di lavoro direttamente o indirettamente creati in Europa. In particolare, la rimozione graduale delle barriere doganali di concentra su determinati prodotti quali carne di manzo, formaggi e vini, prodotti che antecedentemente erano soggetti a dazi doganali assai elevati (rispettivamente attorno al 40% per la carne di manzo, più del 40% per i formaggi e 15% circa per il vino). Complessivamente, dall’implementazione dell’EPA, ci si attende un risparmio per le imprese europee -in termini di rimozione dei dazi doganali e degli altri ostacoli al commercio- prossimo al miliardo di euro.

Per ciò che concerne l’ Italia, sono quasi 15.000 le imprese che esportano verso il Giappone, in gran parte (>80%) Piccole e Medie imprese (PMI), cui corrisponde un elevato numero di posti di lavoro (89.000 circa). Il Giappone è il 6° partner commerciale dell’Italia, la quale totalizza un avanzo commerciale di più di 2,4 miliardi di euro (il valore delle esportazioni italiane in Giappone è di circa 6,6 miliardi di euro, a fronte di 4,2 miliardi di euro di importazioni).

Per il Friuli Venezia Giulia, il valore delle esportazioni verso il Giappone sfiora i 51,6 milioni di euro, laddove le importazioni superano i 79,2 milioni di euro (2017). I settori più rilevanti per l’ export regionale verso il Giappone sono: i. strumentazioni medico-dentistiche (9 Mio. di €); ii. mobili ed arredamenti (8,5 Mio. €); iii. bevande (3,7 Mio. €); iv. attrezzature e macchinari (2,8 Mio. €); v. motori, generatori e trasformatori elettrici (2,6 Mio. €), mentre l’ import consta essenzialmente in prodotti tessili, macchinari tecnologici, fibre sintetiche, fertilizzanti, ecc.

Ritorna all'indice

MERCOSUR

L’Accordo Commerciale EU-MERCOSUR, parte di un più amplio Accordo di Associazione, è stato raggiunto di recente (il 28 giugno 2019), ed è al momento in fase di finalizzazione tecnica interna da parte della Commissione europea, fase propedeutica ad una successiva revisione di carattere giuridico che anticipa la trasmissione per accordo a Consiglio dell’UE ed al Parlamento Europeo. La rilevanza dell’Accordo per l’UE è ravvisabile nell’elevato numero di consumatori che i Paesi del MERCOSUR (Argentina, Brasile, Paraguay ed Uruguay) annovera (circa 260 milioni di abitanti), oltre che al PIL da questi prodotto annualmente, pari a circa 2,2 trilioni di euro. In totale, le esportazioni di beni in provenienza dall’UE versoi i Paesi MERCOSUR sono dell’ordine di 45 miliardi di euro, cui si aggiungono ulteriori 23 miliardi di euro in servizi (2018). Oltre 60.000 sono le imprese europee che le esportano verso in MERCOSUR: si pensi che -a titolo di esempio- il solo export verso il Brasile genera circa 855.000 posti di lavoro in Europa, cui si aggiungono ulteriori 436.000 che direttamente od indirettamente sono creati in questo Paese. Da segnalare, inoltre, che l’UE è il più grande investitore estero in quest’area, con investimenti diretti dell’ordine di 381 miliardi di euro. Complessivamente, dalla conclusione degli Accordi, si stima un risparmio per le imprese europee -in termini di rimozione dei dazi doganali e degli altri ostacoli al commercio- dell’ordine di 4 miliardi di euro.

Il MERCOSUR rappresenta per l’Italia il 7° mercato per ordine di importanza, e rileva -in termini di export- per un totale di circa 7,7 miliardi di euro, a fronte di 6 miliardi di importazioni. Le imprese italiane che esportano verso il MERCOSUR (Argentina, Brazil Paraguay and Uruguay superano le 13.100 unità, a cui corrispondono circa 98.000 posti di lavoro generati direttamente od indirettamente nel nostro Paese. Si pensi che verso il solo Brasile le esportazioni italiane erano nel 2018 dell’ordine di 3.8 miliardi di euro (a fronte di 3,3 miliardi di euro di importazioni; ai primi posti i prodotti agricoli), mentre verso l’Argentina i dati sono sensibilmente ridimensionati (rispettivamente 1,1 miliardi di euro di export e 1 miliardo di euro di import).

Il Friuli Venezia Giulia registra un volume di esportazioni verso il Brasile quantificato in circa 55,4 milioni di euro (in prevalenza impianti e macchinari, prodotti siderurgici, macchine per impieghi speciali, ecc.), laddove l’Argentina ne registra 48,5 (analogamente ai precedenti, con l’aggiunta di motori, generatori e trasformatori elettrici). La differenza sensibile viene rilevata in termini di import, rispettivamente ammontante a 187,1 milioni di euro (dal Brasile) e 2,5 dall’A rgentina (in prevalenza carni argentine ed altri prodotti alieutici -pesci, crostacei e molluschi-). Pur essendo stati in deciso calo (a due cifre!) tra le annualità 2017 e 2018, ci si auspica che i dati delle esportazioni regionali verso questi due Paesi possano subire sensibili rialzi come diretta conseguenza dell’Accordo MERCOSUR. 

Ritorna all'indice

AUSTRALIA

Giunto al V round (atteso per l’autunno 2019), il negoziato in materia commerciale UE-Australia prosegue gradualmente (il IV round si è tenuto a Bruxelles nella prima settimana di luglio 2019): si stima che come effetto diretto della conclusione degli Accordi, il commercio di beni e servizi tra i due partner possa aumentare di circa un terzo. Di fatto, l’UE rappresenta per l’Australia il 2° mercato in termini assoluti (dopo la Cina), totalizzando circa 48 miliardi di euro di interscambio di beni nel solo 2017. Il solo export di beni dall’UE verso l’Australia ha raggiunto i 35 miliardi di euro.

Per quanto riguarda l’ Italia i dati statistici rinviano ad un export di soli 4 miliardi di euro, a fronte di importazioni quantificabili in 589 milioni di euro. Da segnalare che nel corso dello scorso anno (2018), l’Italia ha sorpassato la Francia, piazzandosi all’undicesimo posto in termini di fornitura di beni e servizi all’Australia (dopo Germania e Gran Bretagna). In seguito alla conclusione degli Accordi, si prevede un diretto vantaggio per le PMI italiane, in termini di rimozione dei dazi doganali, di migliore accesso al mercato degli appalti pubblici, di corretto uso e protezione delle Indicazioni Geografiche.

Il Friuli Venezia Giulia esporta annualmente in Australia circa 91 milioni di euro in prodotti e servizi, a fronte di poco meno di 5 milioni di euro di importazioni. Ai primi posti dell’ export, il settore del mobilio (14 Mio. €), macchine di impiego generale (10 Mio. €), strumentazioni medico-dentistiche (9,4 Mio. di €). Il volume dell’ export della nostra regione è al momento limitato a livello italiano (2,38%), fanno meglio altre regioni quali Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.
 

Ritorna all'indice

NUOVA ZELANDA

Sebbene il volume dell’interscambio tra l’ Unione Europea e la Nuova Zelanda ammonti a soli 8,7 miliardi di euro, quest’u ltima rappresenta per l’UE un partner da non sottovalutare a livello commerciale, in quanto identificata come economia sviluppata in rapida crescita (fast-growing developed economy). L’UE costituisce per la Nuova Zelanda il terzo partner più importante, dopo Cina ed Australia, e l export di beni “Made in Europe” verso questo Paese raggiunge su base annua i 5,3 miliardi di euro (2017). Gli Accordi Commerciali con la Nuova Zelanda sono al momento oggetto di negoziati da parte della Commissione europea: secondo l’analisi di impatto della Commissione, il commercio senza ostacoli di natura doganale potrebbe generare un aumento dell’o rdine di 36 punti percentuali (+47% per quanto riguarda le merci e +14% per ciò che concerne i servizi).

L’export dell’ Italia verso la Nuova Zelanda è quantificabile in 552 milioni di euro, in particolare 187 milioni solo in macchinari ed apparecchiature e 54 in prodotti alimentari, mentre le importazioni ammontano a 227 milioni di euro (articoli in pelle, prodotti dell’agricoltura, pesca e silvicoltura, ecc.). 

Ritorna all'indice

MESSICO

Al momento vi è un “ accordo di principio” tra UE e Messico che fa da base per il nuovo Accordo di Associazione tra le due parti. Il nuovo Accordo, una volta ratificato, sostituirà l’esistente EU-Mexico Global Agreement, già in vigore dal 2000. I prossimi step procedimentali consistono in: i. finalizzazione e traduzione dei testi dell’Accordo con supervisione giuridica; ii. votazione da parte del Consiglio dell’UE che riunisce i ministri competenti per la materia; iii. Passaggio in Parlamento Europeo per approvazione; iv. Ratifica da parte di tutti i parlamenti nazionali (in alcuni casi anche regionali) a livello UE. Sono 400.000 i posti di lavoro sul suolo europeo che sono direttamente od indirettamente legati al commercio UE-Messico: l’interscambio tra le due entità è dell’ordine di 62 miliardi di euro, rispettivamente suddivisi in 38 miliardi di euro di esportazioni dall’UE verso il Messico e 24 miliardi di importazioni. L’Accordo dovrebbe condurre ad una levatura delle tariffe su diversi prodotti alimentar “Made in EU” quali p.es. pollame (-100%), formaggi (-45%) e pasta (-20%).

Per l’Italia il Messico rappresenta un mercato di particolare rilievo commerciale in quanto la sostenuta crescita economica ed ascesa della classe medi messicana offre diverse opportunità per le nostre imprese, in particolare nei settori dell’arredamento, abbigliamento, calzature gioielleria, agroalimentare e bevande. Negli ultimi anni diversi sono stati i grandi gruppi industriali e le Grandi Imprese (GI) nazionali che hanno realizzato importanti investimenti in Messico. La bilancia commerciale tra Italia e Messico è decisamente in nostro favore, ammontando le esportazioni a 4,3 miliardi di euro, laddove le importazioni sono dell’ordine di 929 milioni di euro. Per quanto riguarda le prime, l’Italia esporta in gran parte macchinari ed apparecchiature (1,4 miliardi di euro) ed autoveicoli, mentre importa prodotti chimici, prodotti legati all’e lettronica ed altri macchinari.

La nostra Regione FVG esporta circa 87 milioni di euro in macchine di impiego generale e speciale, prodotti della siderurgia ed articoli di coltelleria, mentre l’ import ammonta a poco meno di 28 milioni di euro (metalli, apparecchiature per le TLC, colture permanenti). Un dato curioso, sono solo 90 i messicani residenti in regione. Quasi il 10% di essi conduce un’impresa (2018).

Ritorna all'indice

STATI UNITI D'AMERICA

Come richiamato in precedenza, al momento l’accordo sul Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership - TTIP) è in fase di blocco (dal 2016) ed una recente Decisione del Consiglio dell’UE (15 aprile 2019) ha statuito che le direttive per la negoziazione dell’accordo sono obsolete e non più rilevanti. Gli USA sono uno fra i principali Paesi che applicano misure di protezione commerciale (il primato va all’India, seguita a ruota dalla Cina) nei confronti dei prodotti e servizi europei. A fronte di tale criticità, tuttavia il volume delle esportazioni di beni dall’UE verso gli USA è dell’ordine di 406,4 miliardi di euro (2018), a fronte di importazioni per 267,4 miliardi di euro, così come è elevato il rispettivo volume degli Investimenti Diretti Esteri -IDE (2.570 e 2.184 miliardi di euro). Il livello medio delle tariffe all’ import si attesta sul 3%, ma gli ostacoli al commercio sono originati essenzialmente dalle barriere di carattere non tariffario (p.es. appesantimento delle procedure doganali, divergenze negli standard di prodotti o servizi, diverse norme in tema di sicurezza alimentare, ecc.). È a queste anomalie di sistema che il TTIP voleva porre rimedio: l'obiettivo dell'accordo era quello di incentivare la crescita e l’occupazione su entrambe le sponde dell'Atlantico, eliminando le barriere commerciali e sopprimendo i dazi sugli scambi bilaterali attualmente esistenti. Il risultato atteso si sarebbe concretizzato in un incremento degli acquisti e degli investimenti economici che si sarebbero riflettuti in un aumento delle vendite di beni e servizi, con effetti benefici per entrambe le economie.

Tra gli Stati Membri dell’UE, l’ Italia si classifica (con una quota del 10,44% del totale) al secondo posto in termini di export verso gli Stati Uniti, preceduta solo dalla Germania (che totalizza oltre il 28% in termini percentuali). Per l’ Italia, gli Stati Uniti rappresentano in termini assoluti il primo mercato extra UE di sbocco delle merci (preceduti solo da Germania a Francia, Stati Membri), mentre gli USA si classificano al 17° posto per le forniture verso in nostro Paese. L’ export italiano verso gli Stati Uniti si è avvicinato alla cifra di 42,4 miliardi di euro, a fronte di un import di 16 miliardi di euro (2018). Per quanto riguarda l’industria alimentare, dell’ agrifood e delle bevande, si segnalano numeri di un certo peso: complessivamente l’ export di questi prodotti raggiunge quasi i 5 miliardi di euro.

Per la nostra regione, gli USA rappresentano un primario Paese per le esportazioni: di fatto, gli Stati Uniti si classificano al primo posto con un totale export di 2,2 miliardi di euro (2018) che ha visto un incremento dell’11% rispetto all’anno precedente (2017). Le importazioni, invece, sono dell’ordine di 136 milioni di euro: da segnalare che hanno subito un’impennata (+55%) rispetto all’anno prima. Per ciò che concerne i settori merceologici maggiormente interessati dalle esportazioni, segnaliamo il settore navale e delle imbarcazioni, quello degli impianti e macchinari e quello dei mobili. Quest’u ltimo conta per ben 117 milioni di euro, con impennate in termini di vendite di oltre il 6% annuo. Discorso a parte per il settore delle bevande, che pur contando solo per 40,3 milioni di euro di export dalla nostra regione, hanno subito un deciso incremento (+10,5%) piazzandosi al primo posto in termini di quota di mercato estero (28,54% in termini assoluti, su un totale di 141,2 milioni di euro di export a livello mondiale). Infine qualche curiosità: il Friuli Venezia Giulia importa dagli USA principalmente antracite, apparecchiature per le telecomunicazioni e prodotti chimici e fertilizzanti ed i posti di lavoro sul territorio regionale che direttamente od indirettamente si ricollegano all’ export con gli USA rappresentano l’1,53% del totale degli impieghi verso questo Paese (su scala italiana).

Ritorna all'indice